Alcune impressioni sulla mostra di Vivian Maier

All photographs copyrighted by Vivian Maier / Maloof Collection

© Vivian Maier/Maloof Collection

 

Mancano ormai pochi giorni al 31 Gennaio 2016, data di chiusura della mostra di Vivian Maier a Milano. Il mio consiglio, scritto qui ad inizio articolo, suona un po’ come uno scongiuro: andate, andate, andate!   Se siete di Milano non potete perdervela, se siete dei dintorni organizzatevi per andare a vederla, perché è visitabile in poco tempo (basta un’ora, un’ora e mezza) ma è di una bellezza bizzarra, sconvolgente.

Ubicata allo Spazio Forma Meravigli, in zona centralissima per chi non conoscesse Milano, la mostra di Vivian Maier si presenta in maniera semplice; senza percorso stabilito, in un ambiente dai colori tenui e dall’architettura banale, l’ingresso quasi nascosto.

L’impatto iniziale è che sia una mostra di minore importanza rispetto alle grandi esposizioni attualmente a Milano: sbagliatissimo.

Già ai primi scatti, si viene rapiti dall’intimità e semplicità delle scene rappresentate. Intimità è una parola chiave dell’esposizione: inizialmente sembra significare un coinvolgimento da parte della fotografa ma infine, secondo la mia personale lettura, non fa altro che evidenziare l’esclusione che la Maier provava.

 

New York, 1954

 

Il suo sguardo è si penetrante, ma proviene sempre dall’alto, dall’esterno, e la distanza tra la fotografa e il soggetto è quasi palpabile. Coppiette che si tengono per mano, madri con i/le figli/e, dei bambini che giocano: le immagini si susseguono come in un grande documentario di ciò che avviene intorno a Vivian, ma che in qualche modo non le appartiene. E’ una vita che vive da osservatrice.

Il suo unico mezzo di inclusione nella vita “sociale” è quello del riflesso: tantissimi gli autoscatti di fronte a specchi, vetrine, pozzanghere e qualsiasi altra cosa le permettesse di entrare in una foto, in una situazione che ancora una volta non la vede protagonista delle foto ma osservatrice e documentatrice, di riflesso ad ogni esperienza.

 

Autoritratto

 

I tratti del suo volto, severi e mascolini, fanno trasparire la serietà di chi non ha vissuto a pieno, di chi non è mai stato il protagonista di quell’abbraccio o di quella tenuta di mano e l’insoddisfazione che ne può derivare.

Il punto fisso di tutta l’esposizione è il suo sguardo interno al mondo ma proveniente dall’esterno.

Variano, invece, i mezzi comunicativi: non solo sono presenti fotografie ma anche documentari, e di grande potenza è il passaggio dall’utilizzo del bianco e nero all’arrivo dei colori.

Le prime foto a colori risultano inizialmente un po’ deboli, meno impressionanti di quelle in bianco e nero, quasi come se Vivian avesse dovuto prendere la mano con questo nuovo metodo comunicativo. Già dopo pochi tentativi, però, è chiaro come la Maier interiorizzi pienamente la tecnica e includa sapientemente anche i colori nella composizione della fotografia.

 

Vivian Maier / Chicago, 1975

 

Non so se il mio articolo filosofeggiante e sicuramente poco tecnico vi abbia invogliato ad andare a vedere la mostra, ma penso che le foto che qui vi ho riportato e le numerose che ancora potete trovare in rete, siano convincenti.

Del resto, questo non è che un mio piccolo omaggio alla fotografa misteriosa delle New York e Chicago degli anni ’50- ’80. Leggetevi qualcosa della sua vita e di come le sue foto siano giunte fino a noi e la curiosità di avvicinarsi a lei e alla sua fotografia aumenterà vertiginosamente.

Buona visione!

 

 

 

 

 

P.s. So che non è l’articolo che aspettavate ma è quello che mi sono sentita di pubblicare in questo momento. Con la crescita di visualizzazioni mi sono sentita più vulnerabile e so di non poter mentire alla me stessa che dice: “scrivi solo per te, cosa ti importa di quello che pensano gli altri?!”. C’è un gruppo di persone che in qualche modo mi segue e anche se questo è bellissimo è anche molto complicato da gestire emotivamente.  Ho già scritto gli articoli del proseguo, appena avrò più coraggio li pubblicherò anche qui.