Vi spiego com’è stare con un ragazzo straniero. parte 2

Quattro anni fa scrissi qui cosa significa stare con un ragazzo straniero. Parlai con molta rabbia ma molta speranza. Oggi, al secondo articolo sull’argomento, è giusto che mantenga la mia promessa e continui la spiegazione di com’è stare con un ragazzo non europeo.

Prima di tutto, non bisogna mai dare nulla per scontato. Bisogna mettersi in discussione a ogni dialogo, a ogni piccola decisione.                                                            Prendete il vostro mondo, le vostre credenze, le vostre abitudini. Vivetele ogni giorno per 20 anni e, sicuramente, vi apparterranno con estrema naturalezza e non vi domanderete perché bevete birra o parlate italiano. Se uscirete con un ragazzo arabo, (e probabilmente anche di altre origini, ma non potrei dirlo con certezza) dovrete metterle in discussione ogni momento.  E questo non perché lui vi chieda di farlo, ma perché venite da mondi estremamente diversi e dovrete avvicinarvi l’uno all’altro. È un esercizio quotidiano, estremamente faticoso, ma che allena la pazienza e l’ascolto.

“Festeggiamo l’anno nuovo insieme?”, e poi ti rendi conto che seguite calendari differenti. “Prendo una birra, è ok per te?” o ancora “in Italia si fa così, ma spiegami se nella tua cultura la cosa è diversa…”.  Ho imparato a chiedere se quello che dicevo e facevo poteva infastidire o offendere la persona di fronte a me, a non dare nessun mio atteggiamento per scontato. E’ stato difficile ma mi ha insegnato il rispetto nel suo senso più profondo. Era il prezzo, piccolo se ci penso, per accogliere una cultura totalmente diversa sotto la mia pelle, una ricchezza che in nessun altro modo avrei potuto ottenere.

marrakMarrakech di notte, 2016

Poi, bisogna essere fortissimi. Bisogna sopportare tutto il razzismo che le persone attorno a noi vogliono vomitarti addosso, anche quelle che non sospettavamo. Bisogna saper difendere una religione, quella musulmana, che non è la tua e giustificare ogni singolo versetto ambiguo del Corano. Bisogna confermare, spergiurare che non ci si metterà mail il velo, che non si cederà ai costumi barbari, che si rimarrà fedeli al pensiero occidentale, che non ci si sta facendo abbindolare.

Bisogna sentirsi tutti i giorni commenti su migranti, povertà, Isis. L’amico che ti dice che il tuo ragazzo verrà alla festa di compleanno con un barcone e ride non sa che la sera prima, su skype, proprio il tuo ragazzo ti ha detto “se tu vuoi che io venga, anche domani, sarò in Italia. So esattamente cosa fare e chi contattare per salire su un gommone e lo farei per te. Ma sappiamo tutti e due che non è giusto, che dobbiamo provare in tutti i modi nella legalità”. E se anche tu lo volessi in quel momento al tuo fianco, non chiederesti mai alla persona che ami di rischiare la vita in mare per sentirti cantare tanti auguri.           .

E magari un giorno ti sveglierai e troverai sotto il tuo palazzo una scritta enorme con la rima pompino-marocchino, e comincerai a chiederti se sia stata diretta a te, che non litighi con nessuno o se sia “solo” il frutto di un odio continuo e normalizzato. Le paranoie sul fatto che tutti odiano il tuo ragazzo, perchè odiano la sua cultura, la sua religione, perchè lo collegano all’ISIS, allo spaccio e alla delinquenza diventeranno ogni giorno più forti e sentirai che la tua scelta è una minaccia per le persone che ti stanno attorno e che ti considerano cretina per non prendere in considerazione tutto quello che essere musulmani significa ma tu in realtà lo prendi in considerazione, anzi il problema è che lo fai anche troppo.                                                                                                                Le paure strisceranno anche dentro alla tua testa che rimbomba di “stai attenta!”. Stai attenta, sono diversi. Stai attenta, sono estremisti. Stai attenta, sottomettono le donne. Stai attenta, ti cambierà. Ho vissuto quasi due anni di relazione in stato di allerta, temendo un attacco improvviso dalla persona che amavo. Ho guardato con il filtro del dubbio ogni suo atteggiamento, analizzando quanto poteva essere maschilista o estremista. Una condizione che non augurerei a nessuno. E alla fine, pensate un po’, non porto il velo, mangio ancora carne di maiale e non mi sono unita alla Jihad.

Ma niente di tutto questo è la vera difficoltà nel portare avanti una relazione con un ragazzo straniero. Mi sono resa conto che la nostra storia era finita, o meglio non aveva possibilità di andare avanti, quando gli hanno negato il visto per venire alla mia festa di laurea. Perché non potevo fare le foto con lui mentre avevo una corona in testa, perché non potevamo andare a ballare insieme o non poteva conoscere i miei genitori? Perché il mio ragazzo non poteva essere al mio fianco quando mio fratello era in ospedale? Perché non poteva fare quelle due ore di aereo che io percorrevo semplicemente mostrando il passaporto? Non lo so, non lo abbiamo mai saputo, perché l’ambasciata, anche se per le procedure del visto turistico abbiamo speso circa 700 euro e una quantità di tempo e di energie vergognoso, non ha ritenuto necessario darci delle spiegazioni. Semplicemente, visto rifiutato.

 

Com’è stare con un ragazzo straniero, dunque? Bellissimo, ma impossibile. Letteralmente infattibile, se volete rimanere nella legalità italiana.

Dopo quasi due anni ogni mia forza era esaurita, soccombendo al sistema delle relazioni internazionali che governano il mondo. E il mio allora ragazzo non ha fatto altro che accettare, impotente, la mia resa.

Tra un mese si sposerà e io sono felice per lui. Mi porto con me i ricordi più belli che potessi avere, un paese che profuma di casa, la fortuna di aver mangiato il cous cous con le mani e aver bevuto tè alla menta nella sala degli ospiti. L’aver provato un hammam vero e l’essere stata un po’ marocchina anche io. Ma mi porto anche la profonda ferita dell’ingiustizia subita, da me e da lui, l’essere obbligati a dirsi addio perché è impossibile stare insieme per legge. Il senso d’impotenza di fronte a un nemico che non ha un volto ben preciso e che però ha determinato così profondamente la mia vita. Avete mai provato ad arrabbiarvi con l’Europa? Io l’ho fatto, ma sono urla che si disperdono nel vuoto.

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A Louisa, a Maren e al mio amato Marocco

 

Sono stata in Marocco, praticamente quasi sempre attorno a Marrakech, forse sei o sette volte negli anni in cui l’Isis era più forte, per intenderci nel 2015 e 2016 con Charlie Hebdo o il Bataclan. Era difficile rispondere a chi mi chiedeva come potessi andare tranquilla in un paese islamico, spiegare che in realtà in Marocco mi sentivo più sicura di quanto potessi esserlo in Italia. C’è un intelligence (BCIJ) che funziona bene, lo stato di allerta è stato da subito molto reattivo e la consapevolezza della pericolosità nei cittadini è salda. E, aspetto fondamentale, la lotta al terrorismo è iniziata preventivamente, nel 2002, quando gli strascichi della guerra in Afghanistan non avevano ancora un solo nome ma si sospettava che si sarebbero organizzati in qualche formazione.

Un altro momento fondamentale per la lotta al terrorismo credo sia avvenuto nel 2011. Marrakech ha subito un attacco sconvolgente: 17 persone sono morte così, mentre sorseggiavano il te in una delle piazze più belle del mondo. Io credo che lì il Marocco abbia detto di no, io credo che lì i marocchini abbiano capito l’importanza della lotta al terrorismo e che ne siano diventati in qualche modo partigiani. Che abbiano preso le distanze da questa forma di violenza che vuole a forza etichettarsi come musulmana, che abbiano rivendicato il loro Islam, la religione della pace.

Allora, per tutti questi e altri motivi il Marocco mi ha conquistata, con un’integrità e apertura che nessun altro paese islamico al momento forse possiede, e Marrakech è il perfetto emblema di questa combinazione. Passeggiavo tranquilla tra le sue mura rosse, ho conosciuto persone incredibili senza provare paure o sospetti, sicura di questa visione comune. Poi a Marzo 2016 sono anche andata a Imlil, che nonostante si trovi a circa 2 ore da Marrakech, dove c’erano 25 gradi, era innevata. Un posto magico, un paesino estraneo ai turisti dove i bambini sciano e il deserto sembra un ricordo lontano, come se appartenesse a un’altra nazione.

IMLIL 1Imlil, marzo 2016

Qui due giorni fa sono stati trovati i corpi di due ragazze. Dai primi accertamenti sono state stuprate e poi uccise, una è stata decapitata. I legami con l’ISIS sembrano evidenti, in base alle prime indagini.

Questa notizia è stata per me devastante. I motivi sono ovvi ma vanno ribaditi: perché Louisa Vesterager Jespersen e Maren Ueland erano due viaggiatrici donne come me, per l’orrore, le violenze schifose che hanno subito, perché erano europee e vicine a me culturalmente, geograficamente e per età.

Ma non è stato “solo” questo. Questa notizia, così orribile, così dolorosa, così ripugnante, ha anche messo in dubbio quel no che ero sicura che tutti i marocchini avessero detto. Quella speranza, quell’idea, che i primi con cui dobbiamo confrontarci, da cui abbiamo da imparare sull’estremismo islamico siano proprio i musulmani. Ecco oggi è un giorno triste e spaventoso anche per questo. È “facile” dire di no al terrorismo quando siamo semplicemente le vittime, quando non ne comprendiamo i processi, la storia, gli sviluppi. Quando la sola presenza araba nei nostri paesi è vista come un’invasione e una minaccia alla società europea. È più difficile se invece in qualche modo ti riguarda come musulmano, perché il libro sacro è lo stesso (per quanto con letture diverse, ovviamente), per il semplice fatto di parlare la stessa lingua o pregare diretti verso La Mecca; significa prendere una decisione netta, schierarsi contro qualcosa che, in qualche modo, conosci. Significa razionalizzare una distorsione della propria realtà, riconoscerla lucidamente e rifiutarla.

Oggi è un giorno triste perché anche in questa convinzione si è aperta violentemente una crepa. Perché anche in Marocco la barbarie è arrivata. E se ci sembrava banale, o davamo per scontato che il terrorismo fosse qui presente solo perché è un paese islamico, apriamo gli occhi: non è una cosa normale, non è una presenza ovvia, c’è da oggi. E sta al popolo marocchino e a tutti noi cercare di chiudere questa spaccatura, questa ferita, prima che si allarghi.

Erasmus in Spagna tra mito e realtà

5 punti da sfatare (o confermare) sulle Erasmus più gettonate tra gli studenti italiani

A un anno e mezzo dal mio periodo all’estero, e visto che molte persone a me care sono in partenza/ arrivo dai loro, ho pensato di tracciare un piccolo riassunto di quella che è l’esperienza erasmus, e in particolare nel paese del mondo che accoglie il più alto numero di borsisti: la Spagna. Il post è volutamente schematico e si basa sulla mia esperienza personale, su quello che ho visto e vissuto in una zona particolare della Spagna, El País Vasco (al nord).

Per dati più oggettivi puoi dare un’occhiata all’articolo che qualche mese fa ho scritto per la rivista Lucidamente (http://www.lucidamente.com/33352-erasmus-non-solo-cervelli-in-fuga/), in cui parlavo di numeri, obiettivi e procedimenti del programma.

Tieni sempre conto, ad ogni modo, che ogni esperienza è personale e che non ci sono regole nel vivere la tua vita da erasmus.

1. “NON STUDIERAI NULLA!” X

Falso, falso, falso! L’erasmus nasce come programma di studio (o, eventualmente, di tirocinio) quindi le sue attività sono strettamente legate all’università. Fin da subito dovrai presentare un piano di studi che soddisfi i requisiti sia della tua università in Italia sia di quella ospitante, e dovrai seguirlo. Incidenti di percorso (bocciature, cambi di esami etc) sono ammessi, ma verranno valutati di caso in caso. Se inoltre nessun esame verrà approvato dovrai restituire interamente la borsa di studio. Ora che è chiara la centralità dello studio in questo progetto, respira: dovrai studiare, ma lo farei in un contesto completamente nuovo. Dopo le prime difficoltà per la lingua o per il nuovo metodo basato su papers, esposizioni in classe e lavori di gruppo il metodo spagnolo per certi aspetti può risultare più facile di quello italiano: parte del voto finale è dato dalle presenze e partecipazione in classe così che si può arrivare a sostenere l’esame finale con un voto già vicino alla sufficienza (che si ottiene con un voto di 5/10). Questo non toglie che sia necessario studiare e soprattutto rispettare le numerosissime scadenze dei lavori individuali e collettivi.

2. “TI UBRIACHERAI TUTTE LE SERE!” V

Chiaramente è una scelta tua. E chiaramente, dubito che proprio tutte le sere ti ubriacherai…. Ma bisogna essere onesti: in Spagna la cultura del bere è molto diffusa. Basta pensare alla famosa pratica del botellón, cioè del bere per strada prima di entrare in un locale. Inoltre, nelle feste erasmus, spesso offrono uno shot se arrivi all’orario di apertura del locale. E, come se non bastasse, tutti gli ex borsisti sanno che in erasmus il week end inizia il giovedì sera… Insomma, ci saranno tante, ma proprio tante occasioni per emborracharse!

3. “L’ITALIANO È UGUALE ALLO SPAGNOLO” X

Assolutamente no! Chissà perchè, chi di solito lo dice, parla malissimo spagnolo… Lo spagnolo è una lingua diversa dall’italiano e va imparata con le sue regole e il suo vocabolario. Sicuramente, essendo una lingua neolatina, in poche settimane potrà darti molte soddisfazioni: riuscirai a capirlo bene e, cosa più importante ancora, a farti capire! Ma provare a parlarlo perfettamente, senza accento italiano, vedrai che non sarà così facile come sembra…

4. “LASCERAI/TRADIRAI IL TUO PARTNER IN ITALIA” V

Non è una legge, chiaramente. Ma, per lo meno per quello che ho visto, la maggior parte delle coppie ha avuto molti problemi. Non solo la distanza non aiuta, ma anche l’idea che in erasmus tutto sia concesso e la sensazione di vivere in una realtà diversa da quella quotidiana, quasi fuori dal tempo, incentivano occasioni di tradimenti o per lo meno dubbi/ problemi nella coppia. Per quello che ho potuto osservare, il 70% delle coppie con una persona in erasmus si sono lasciate, hanno preso una pausa o hanno tradito senza farsi troppi problemi (il classico, lo que pasa de Erasmus se queda en el Erasmus), ma hey… Potreste essere una di quelle coppie che ce la fanno! O potresti essere uno di quegli illusi che pensano di non essere stati traditi… Suerte! 😀

5. SARÀ L’ESPERIENZA PIÙ BELLA DELLA TUA VITA. V

Su questo punto, posso esserne certa. Probabilmente farai tantissime altre esperienze stupende nella vita, ma come l’erasmus poche: respirare ogni secondo un’atmosfera internazionale, vivere ogni giorno sapendo di avere un tempo limitato in quel luogo specifico rende tutto unico, magico e accelera i tempi, regala una energia e una spinta nuova per buttarsi in ogni esperienza e disfrutar al massimo! La filosofia del carpe diem racchiusa in pochi mesi.

Che dire di più? Perchè non inizi subito a guardare i bandi erasmus e a fare domanda?

A Maddy, Chiara e Isotta…. Buona fortuna con l’erasmus e il post erasmus! A tutti gli altri, a disfrutar mucho porque

“Erasmus is not one year in your life, but your life in one year”

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Una foto del mio erasmus, Bilbao 2015.

Ben fatto, Sara!

Apro dopo tanto tempo questo spazio. Ormai è passato un anno e avrei potuto scrivere tanto, ma non ho mai avuto tempo. Sembra una scusa, ma purtroppo non lo è. Intendiamoci: non è che non abbia avuto giornate libere in cui ho oziato sul divano senza combinare nulla ma, piuttosto, non ho avuto il tempo per riflettere su tutto quello che stava succedendo.

E’ stato un anno pieno, enorme. E’ stato il mio ultimo anno di università (della triennale) e ho dovuto affrontare gli esami più tosti che mi ero lasciata indietro. Ho odiato studiare e ho sentito tutta l’inutilità dell’approccio umanistico verso il mondo classico e l’attualità. Ho dovuto riassestarmi in una città che non mi apparteneva più, Bologna, dopo un anno di Erasmus a Bilbao pieno, pienissimo, di svolta. Ho dovuto accettare che le cose erano cambiate mentre io ero via e che il tempo non si era semplicemente fermato, aspettandomi. Si tratta di riconquistare pezzo per pezzo quella che era la propria quotidianità e, spesso, di lasciare che alcuni pezzi vadano per la loro strada. E poi la malattia, le malattie, che abbiamo dovuto affrontare come famiglia e a cui ancora siamo dietro. Non starò qui a descrivere ogni momento vissuto, ma chi abbia avuto esperienze in famiglia di patologie importanti lo sa: ti manca l’aria per quello che devi affrontare. In certi momenti ho sentito che non ce l’avrei fatta più a sorridere, a entrare in ospedale, a uscire normalmente al cinema con gli amici. Mi ripetevo che non ero io a entrare in una sala operatoria e che dovevo essere forte, dovevo sorridere ogni volta che mi guardavi sdraiato sul letto, perché te ne meritavi mille di sorrisi e tutta la forza e l’energia del mondo, ma non sapevo se anche quel giorno ce l’avrei fatta a non scoppiare a piangere, a dirti che ero lì con te e mi continuavo a domandare se sarei crollata da un momento all’altro.  Ho sperimentato l’ansia vera, quella che non ti lascia respirare, ad ogni cattiva notizia o ad ogni tua smorfia di dolore. E poi gli ultimi esami, la scrittura della tesi, nella biblioteca del Sant’Orsola per poter rimanere in ospedale in ogni momento.

Tanti pensieri e poca voglia, ma ora guardando indietro ce l’ho fatta. Mi sono laureata, male, con mille problemi e rimorsi, ma ce l’ho fatta. Ed è solo una triennale, ce la fanno tutti oggigiorno, ma finché non ho avuto quella cazzo di corona di alloro sulla testa ho pensato di non farcela. 

Oggi dopo tanto tempo voglio solo essere felice per quello che ho e per quello che sono riuscita ad ottenere. Voglio andare incontro a questo anno sabbatico con la serenità di chi ha fatto quello che doveva fare ma che sa che deve cambiare strada. Ancora non so cosa farò, e questa cosa a volte mi butta giù, ma ho tempo e un meraviglioso viaggio in America Latina (precisamente: Colombia, Messico e Cuba) che penso e spero possa aiutarmi. Prendere il mio tempo, riflettere, prendere una decisione, ripensaci e ricominciare da capo. Senza scadenze né intervalli che non siano dati esclusivamente da me. Ascoltando le mie esigenze, il mio ritmo.

Oggi non voglio rimproverarmi di non aver avuto tempo per scrivere qui, o di non aver preso il massimo dei voti negli esami e nella laurea. Oggi è il giorno giusto per darmi una pacca sulla spalla e dirmi: Ben fatto, Sara! Oggi voglio solo essere contenta per cosa sono riuscita ad ottenere e per avere a disposizione tanto tempo per decidere cosa farò.

E proprio questo voglio augurarmi e augurare a tutt* voi: di avere il tempo per fare quello che si vuole e, semplicemente, farlo.

Buone feste, buon anno e tanto amore,

Sara

 

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“Tutto cambia quando le tue scelte iniziano a riflettere i tuoi sogni e non le tue paure.”

 

Alcune impressioni sulla mostra di Vivian Maier

All photographs copyrighted by Vivian Maier / Maloof Collection

© Vivian Maier/Maloof Collection

 

Mancano ormai pochi giorni al 31 Gennaio 2016, data di chiusura della mostra di Vivian Maier a Milano. Il mio consiglio, scritto qui ad inizio articolo, suona un po’ come uno scongiuro: andate, andate, andate!   Se siete di Milano non potete perdervela, se siete dei dintorni organizzatevi per andare a vederla, perché è visitabile in poco tempo (basta un’ora, un’ora e mezza) ma è di una bellezza bizzarra, sconvolgente.

Ubicata allo Spazio Forma Meravigli, in zona centralissima per chi non conoscesse Milano, la mostra di Vivian Maier si presenta in maniera semplice; senza percorso stabilito, in un ambiente dai colori tenui e dall’architettura banale, l’ingresso quasi nascosto.

L’impatto iniziale è che sia una mostra di minore importanza rispetto alle grandi esposizioni attualmente a Milano: sbagliatissimo.

Già ai primi scatti, si viene rapiti dall’intimità e semplicità delle scene rappresentate. Intimità è una parola chiave dell’esposizione: inizialmente sembra significare un coinvolgimento da parte della fotografa ma infine, secondo la mia personale lettura, non fa altro che evidenziare l’esclusione che la Maier provava.

 

New York, 1954

 

Il suo sguardo è si penetrante, ma proviene sempre dall’alto, dall’esterno, e la distanza tra la fotografa e il soggetto è quasi palpabile. Coppiette che si tengono per mano, madri con i/le figli/e, dei bambini che giocano: le immagini si susseguono come in un grande documentario di ciò che avviene intorno a Vivian, ma che in qualche modo non le appartiene. E’ una vita che vive da osservatrice.

Il suo unico mezzo di inclusione nella vita “sociale” è quello del riflesso: tantissimi gli autoscatti di fronte a specchi, vetrine, pozzanghere e qualsiasi altra cosa le permettesse di entrare in una foto, in una situazione che ancora una volta non la vede protagonista delle foto ma osservatrice e documentatrice, di riflesso ad ogni esperienza.

 

Autoritratto

 

I tratti del suo volto, severi e mascolini, fanno trasparire la serietà di chi non ha vissuto a pieno, di chi non è mai stato il protagonista di quell’abbraccio o di quella tenuta di mano e l’insoddisfazione che ne può derivare.

Il punto fisso di tutta l’esposizione è il suo sguardo interno al mondo ma proveniente dall’esterno.

Variano, invece, i mezzi comunicativi: non solo sono presenti fotografie ma anche documentari, e di grande potenza è il passaggio dall’utilizzo del bianco e nero all’arrivo dei colori.

Le prime foto a colori risultano inizialmente un po’ deboli, meno impressionanti di quelle in bianco e nero, quasi come se Vivian avesse dovuto prendere la mano con questo nuovo metodo comunicativo. Già dopo pochi tentativi, però, è chiaro come la Maier interiorizzi pienamente la tecnica e includa sapientemente anche i colori nella composizione della fotografia.

 

Vivian Maier / Chicago, 1975

 

Non so se il mio articolo filosofeggiante e sicuramente poco tecnico vi abbia invogliato ad andare a vedere la mostra, ma penso che le foto che qui vi ho riportato e le numerose che ancora potete trovare in rete, siano convincenti.

Del resto, questo non è che un mio piccolo omaggio alla fotografa misteriosa delle New York e Chicago degli anni ’50- ’80. Leggetevi qualcosa della sua vita e di come le sue foto siano giunte fino a noi e la curiosità di avvicinarsi a lei e alla sua fotografia aumenterà vertiginosamente.

Buona visione!

 

 

 

 

 

P.s. So che non è l’articolo che aspettavate ma è quello che mi sono sentita di pubblicare in questo momento. Con la crescita di visualizzazioni mi sono sentita più vulnerabile e so di non poter mentire alla me stessa che dice: “scrivi solo per te, cosa ti importa di quello che pensano gli altri?!”. C’è un gruppo di persone che in qualche modo mi segue e anche se questo è bellissimo è anche molto complicato da gestire emotivamente.  Ho già scritto gli articoli del proseguo, appena avrò più coraggio li pubblicherò anche qui.

Vi spiego com’è stare con un ragazzo straniero. parte 1

Quando vedo le foto di uomini e donne in torsioni innaturali, o quando vedo quel bambino sulla costa, che sembra dormire, che potrebbe somigliare a uno dei tanti che ho badato nelle mie stagioni da baby-sitter, ma che in realtà, so, per il contesto innaturale delle onde del mare e per quel cielo ancora in subbuglio per la tempesta,  che è morto, inizio a pensare, a interrogarmi e a morire un pò anche io. E non “solo” perché è un bambino, non “solo” perché ha dovuto affrontare un viaggio disumano e una morte ancora di più, non perché ha lasciato il suo paese devastato ma, anche perché, a tutti questi motivi  si aggiunge il fatto che nei suoi occhi vedo quelli del mio ragazzo. So che sembra assurdo ma ancora, nel 2015, non esiste la libertà di movimento e certe persone hanno il diritto di viaggiare altre, semplicemente, no.

Questo è un post di denuncia e chiunque non voglia procedere nel cercare di capire la situazione attuale sull’immigrazione può chiudere l’articolo. Non parlerò di leggi né di decreti, parlerò degli effetti che questi comportano nella vita di milioni di persone, effetti che fino a poco tempo fa credevo totalmente separati dalla mia quotidianità, e che ora, invece, mi toccano profondamente.

Da otto mesi sto con un ragazzo marocchino (di cui, se può interessare, spiegherò meglio cosa comporti in un prossimo post) e la verità è che per quanto tutti ci chiedano quali siano le difficoltà più grandi, la lingua, la religione, la cultura diversa etc.. Nessuno si rende conto che l’ostacolo più grande sia l’Italia, o meglio l’Europa.

Nel nostro eurocentrismo, non ci rendiamo conto delle difficoltà che può avere una persona solo perché nata in un pezzo di mondo diverso dal nostro.

Per farla breve, ci sono solo quattro modi, che giocano a fare a gara per quale sia il più complicato, per cui una persona appartenente a un paese del Nord Africa (e dell’Africa e Medio Oriente in generale, direi..) può toccare il suolo del vecchio continente;

  1. Avere un famigliare in Europa. Questo, nel mio caso specifico, significherebbe sposarmi con lui.
  2.  La persona in questione può richiedere un visto turistico, assegnato sulla base di a come a-chi-di-dovere giri il culo, il quale visto ha scadenza di un mese. Sembra facile, ma oltre i controlli prima di rilasciare, dopo mesi, il passaporto (facebook, chiamate e sms controllati, ispezione in casa, colloquio motivazionale che spieghi la strana (?!) richiesta di viaggiare etc…) c’è una piccola clausola; non puoi partire, fino a che non hai almeno 10 mila euro in un conto in banca. Che, in quei paesi, è come dire 30 mila euro da noi.
  3. Trovargli un lavoro in Europa, cosa che sembrerebbe facile se non fosse per il fatto che devi avere un contratto di lavoro anticipatamente firmato, senza che alla persona in questione sia fatto nessun colloquio né nulla, senza contare il fatto che deve essere di un numero limitato di mesi per poi essere rinnovato e che la tua nazionalità definirà tutto il contratto di lavoro (in altre parole; chi sceglierebbe un lavoratore straniero, andandosi a complicare in contratti ardui e, soprattutto, senza conoscere la persona che assumerà?)
  4. immigrazione clandestina.

Mi sembra abbastanza chiaro come la quarta soluzione sia, se non la più facile, per lo meno la più immediata. Non chiederei mai a nessuno di farlo, tanto meno a una persona che amo, ma posso rendermi conto del perché le persone continuino a scegliere questa via. Sono impossibilitati dalle condizioni.

A questi problemi burocratici, aggiungeteci la curiosità o meglio, lo sguardo interdetto della gente, le solite domande idiote (mi dispiace, non avete fantasia, e molte volte poco tatto!), il razzismo velato di persone che si autoconsiderano open-minded, salvo poi dipingere i musulmani come brutti e cattivi, senza un ragionamento non dico storico-culturale, ma almeno logico, e poi vabbè… I normali problemi di coppia, soprattutto quelli dovuti alla distanza.

Insomma, la mia storia è letteralmente un casino, ma ho capito che il problema non è stare con lui, ma è questo mondo e l’idea di confine, e quindi finché avrò coraggio, lotterò non solo per una relazione che potrebbe finire domani, ma perché nel mondo non ci sia nessuno che debba subire le decisioni di qualcun altro, perché tutti siano liberi di andare dal fidanzato/a per il suo compleanno o di stargli/le accanto quando abbia la febbre. Ecco, questi per me sono diritti.

Se mi lascerò con Simo per religione, lingua o cultura beh… Questo voglio essere io a sceglierlo…

…E poi, guardateci, non siamo carini?

Io e simo

Per Simo, 10/07/2015

“Hai preso tutto quello che sapevo sull’amore e l’hai messo da parte.

Mi hai guardata negli occhi e me l’hai insegnato.”

Questo è il tuo primo articolo

Questo è il mio primo articolo. La prima volta che mi metto giù e scrivo qualcosa che, anche se non se lo cacheranno miliardi di persone, diventerà, almeno potenzialmente, di dominio pubblico.

Non so bene quanto la mia voce possa essere interessante per chi leggerà, non so se merita addirittura uno spazio pubblico. Ma qualcuno mi ha detto, “Provaci!” e io sono qui, non fosse per altro che sono stanca di dover invidiare gli altri per aver avuto più coraggio di me, per essersi buttati salvo poi trovarsi a criticarli e a pensare “non hanno scritto niente di più interessante di quello che penso io!”. 

E quindi sono qui. All’una di notte anche se domani devo alzarmi presto. A fare una cosa che forse avrei dovuto fare a quattordici anni e che invece ho rimandato per sette. Non ho ancora un progetto preciso;

sicuramente parlerò di me, dei miei viaggi, delle mie fotografie, dell’arte, dei miei pensieri. Non voglio presumere che siano migliori dei tuoi; voglio solo esprimerli. Perchè sento che ne ho bisogno. Perchè quando scrivo, come quando canto, so che valgo qualcosa. Magari non è notevole, magari non è unico, ma è qualcosa. E quando si pensa di non essere niente quel qualcosa aiuta a vivere e si trasforma in molto.

Quindi, benvenuti! Vi offrirò molto, molto di me stessa. Scarnificherò le mie emozioni e le renderò parole. Spero sappiate relazionarvi nel giusto modo, rispettandole, leggendole, senza giudizi pesanti perché si, lo ammetto, nel momento in cui scrivo non avrò filtri, penserò di scrivere per me e quindi, inevitabilmente, sarò vulnerabile. E come all’inizio di una storia d’amore in cui si cerca di capire se ci può veramente rivelare, ma dove alla fine però, per iniziarla davvero, ci si butta a capofitto, io scriverò tutto quello che penso, affidandomi a voi e alla vostra sensibilità umana nel non ferirmi. 

Iniziamo questo viaggio. 

Una foto, una poesia e tante impressioni. 

essaouira

Essaouira, Marocco, Febbraio 2015.

“Para saber decir te amo, primero hay que saber decir yo”

“Per saper dire ti amo, prima di tutto bisogna saper dire io”

End Heran